Tra botanica e storia dell’arte: perché studio i fiori prima di tatuarli

Quando si pensa al tatuaggio botanico, è naturale immaginare un artista che osserva fiori, foglie e piante per riprodurne fedelmente le forme. In parte è vero. Lo studio della natura è il punto di partenza di ogni mio progetto: osservare un fiore dal vivo significa comprenderne la struttura, il peso dei petali, il modo in cui lo stelo sostiene la corolla, come la luce cambia la percezione dei volumi e come ogni imperfezione racconti qualcosa della sua vita.

Ma con il tempo mi sono resa conto che la botanica non appartiene soltanto alla natura.

Appartiene anche alla storia dell’uomo.

Ogni epoca ha osservato i fiori in modo diverso, trasformandoli in linguaggio, simbolo e arte. Per questo, accanto allo studio botanico, ho ricominciato a dedicare tempo a una ricerca che avevo già intrapreso anni fa: osservare e analizzare le opere degli artisti che hanno raccontato il mondo vegetale attraverso il proprio sguardo.

In questo periodo sto studiando le stampe di Ohara Koson, maestro giapponese della corrente Shin-hanga, conosciuto soprattutto per le sue rappresentazioni di uccelli, fiori e paesaggi. Nei suoi lavori non c’è soltanto una rappresentazione botanica accurata. C’è un equilibrio tra vuoti e pieni, un senso del movimento, una sintesi delle forme che riesce a trasmettere la vitalità della pianta senza inseguire un realismo fotografico.

Questo è ciò che mi interessa.

Non copiare un’immagine.

Capire il motivo per cui funziona.

Perché una determinata curva restituisce leggerezza. Perché un’inclinazione comunica movimento. Perché un fiore può sembrare vivo anche con poche linee.

Le fotografie e l’osservazione dal vero mi insegnano come un papavero è fatto.

La storia dell’arte mi insegna come quel papavero è stato interpretato nel tempo.

Sono due forme di conoscenza diverse, ma complementari.

Credo che chi realizza tatuaggi botanici possa arricchire enormemente il proprio linguaggio studiando entrambe. Da una parte la precisione della natura, dall’altra la sensibilità di chi, nei secoli, ha cercato di tradurla in immagini.

I papaveri che vedete nei miei lavori più recenti nascono proprio da questo percorso.

Sono leggermente diversi da quelli che tatuavo in passato. Le linee sono più essenziali, il movimento è più marcato e alcune scelte compositive risentono dell’influenza della stampa giapponese. Non si tratta di un cambiamento di stile, ma dell’evoluzione di una ricerca personale che continua a crescere attraverso lo studio.

Ogni tatuaggio è il risultato di molte ore trascorse a osservare.

Osservare i fiori nei prati, nei giardini e negli orti botanici.

Osservare gli erbari e le illustrazioni scientifiche.

Osservare le opere degli artisti che hanno dedicato la propria vita alla natura.

Perché credo che un tatuaggio botanico non debba limitarsi a rappresentare una pianta.

Debba raccontare tutto il patrimonio culturale che quella pianta porta con sé.

La botanica è scienza.

La botanica è natura.

Ma è anche storia dell’arte, cultura e memoria visiva.

Ed è proprio nell’incontro tra questi mondi che nasce il mio modo di progettare un tatuaggio.

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